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Raffaello Mastrolonardo “Gente del Sud. Storia di una famiglia”

RAFFAELLO MASTROLONARDO

Raffaello Mastrolonardo, barese, dopo anni trascorsi in banca come manager, nel 2005, sulla soglia della mezza età, ha pubblicato la raccolta di poesie “Emozioni”. Tre anni dopo, grazie alle edizioni Besa, è uscito il suo primo romanzo, “Lettera a Leontine”, che ha immediatamente riscosso un notevole successo sia di pubblico che di critica. “La scommessa”, del 2013, è stato il suo terzo libro. Nel 2018 è uscito il suo ultimo lavoro, “Gente del Sud. Storia di una famiglia”, che si discosta dalla sua produzione precedente, non essendo né una raccolta di poesie né una storia d’amore ma un’appassionante saga familiare.

GENTE DEL SUD. STORIA DI UNA FAMIGLIA

Metà Ottocento, Balsignano, paese contadino dell’entroterra pugliese, in prossimità di Bari. Mentre i Savoia e Garibaldi procedono all’unificazione dell’Italia, Bastiano Parlante, detto Papanonno, si impegna con tutte le sue forze per elevarsi dal suo ruolo di intermediario fra padroni e braccianti a quello di gentiluomo e, forte del costante appoggio della moglie Cecchina, crea una florida azienda agricola. Una parte dei terreni, quelli più lontani, vengono affidati a Paolo, il primogenito, gli altri restano sotto il diretto controllo di Bastiano, affiancato nella gestione dal buon Aniello, vedovo e padre di Bastiano piccolo. La figlia femmina, Giovanna diventa suora, mentre il maschio più piccolo, nonostante la disapprovazione paterna, si laurea in medicina e va ad esercitare a Napoli. In seguito ad un’ epidemia di colera, nel 1895, il dottor Romualdo muore, così la moglie, Palma, ed i suoi figli, Costanzo, Ciccio, Vincenzina e Cipriano, lasciano la città per tornare a vivere alla fattoria.
Passano gli anni. La famiglia Parlante cresce economicamente ma è anche martoriata da incidenti e lutti. Durante la prima Guerra Mondiale i tre ragazzi partono tutti per il fronte: Costanzo, spavaldo e superficiale, Ciccio, già sacerdote, e Cipriano, testa calda ma profondamente empatico e con un forte senso della giustizia.
Dopo quattro lunghi anni in trincea, è Cipriano a prendere in mano le redini della famiglia e nel dopo guerra completa per sé ed i suoi cari il passaggio di classe sociale. Durante l’ascesa del fascismo, Cipriano sfrutta il nuovo ordine per trasformare l’azienda agricola in un’impresa a tutto tondo, lasciando all’amata Gelica il compito di crescere i tre figli, Aniello, Romualdo e Reginella.
La seconda Guerra Mondiale costituisce per i Parlante una sorta di parentesi. L’azienda entra in stasi e nessuno della famiglia è in età per combattere. Cipriano si spende comunque non poco per la comunità e per proteggere amici e conoscenti.
Con la fine delle ostilità e la nazione da ricostruire, Cipriano ancora una volta riesce a fare passi da gigante, al punto da ottenere un riconoscimento speciale dal Presidente Einaudi.
Ma il boom economico, le nuove tecnologie, la costante tendenza ad abbandonare le campagne in favore delle grandi città e gli atteggiamenti irriverenti delle nuove generazioni, finiscono con il distruggere i Parlante, sia come azienda che come grande famiglia.
Solo molti anni dopo, l’unico nipote di Cipriano, figlio di Reginella, dopo una lunghissima assenza dal Paese, riscopre in se stesso un forte legame con quell’antica terra di Puglia e prova a trarre dalla sua eredità qualcosa di buono e costruttivo.

GIUDIZIO

Quella di Mastrolonardo è indubbiamente una grande saga famigliare. L’autore, partendo da alcuni dati biografici personali, costruisce un intreccio appassionante con personaggi splendidi. Anche la contestualizzazione storica è impeccabile e porta in evidenza pagine di storia italiana troppo spesso dimenticate, dai problemi dell’unificazione alla situazione dei braccianti, dall’imperialismo fascista alla fuga dalle campagne a causa del boom economico.
Quello che manca però completamente al romanzo è un buon lavoro di editing. Innanzitutto il ritmo narrativo procede in maniera altalenante soprattutto a causa delle lunghe parentesi storiche alcune delle quali, sebbene interessanti, sono del tutto inutili ai fini della narrazione. In secondo luogo lo stile è appesantito da frequenti ripetizioni, inaccettabili per la lingua italiana, ricchissima di sinonimi. Infine le espressioni in dialetto sono troppe e mettono in serie difficoltà il lettore non pugliese.
In conclusione dunque tanto di cappello all’autore ed una feroce tirata d’orecchi all’editore.

 

Gente del Sud

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