recensioni

Charles Willeford “Tiro mancino”

CHARLES WILLEFORD

Charles Ray Willeford nacque a Little Rock, in Arkansas, nel 1919. Rimase orfano in giovane età e finì con il diventare un vagabondo. A sedici anni però, mentendo circa la sua età, si arruolò nei corpi a terra dell’Aeronautica. Rimase sotto le armi per vent’anni e, durante la Seconda Guerra Mondiale, di stanza nelle Filippine, si guadagnò numerose onorificenze. Alla fine del conflitto, lasciato l’esercito, fece innumerevoli lavoretti mentre approfondiva i suoi studi d’arte e di letteratura inglese Negli anni ’50 esordì come scrittore ottenendo un notevole successo sia come autore di prosa che come poeta. Morì a Miami nel 1988.
A livello internazionale Willeford è famoso soprattutto per la così detta “Quadrilogia di Miami”, una serie di romanzi polizieschi, usciti fra il 1984 ed il 1988, ambientati, appunto, nella capitale della Florida e con protagonista il sergente Hoke Moseley. Al primo di questi libri, “Miami Blues”, Quentin Tarantino dedicò il celebre film “Pulp fiction” del 1994. “Tiro Mancino” è il terzo volume della saga.

TIRO MANCINO

Stanley Sinkiewicz ha lavorato per tutta la sua vita adulta alla catena di montaggio della Ford a Detroit. Una volta in pensione, insieme alla moglie, si è trasferito in Florida, in un condominio per anziani a Riviera Beach, un quartiere piccolo-borghese. E’ sereno e soddisfatto della sua routine fino a quando, a causa di un malinteso, non finisce in galera. Passa solo poche ore dietro le sbarre ma ha comunque modo di conoscere Troy Louden. Louden è giovane ma già delinquente recidivo. Inaspettatamente fra loro si crea un legame, così i due si ritrovano anche fuori dal carcere e Louden coinvolge Stanley in un progetto criminale.
Hoke Moseley è un uomo di mezz’età. Da anni presta servizio come sergente nelle forze di polizia di Miami, squadra omicidi. Divorziato, ha due figlie adolescenti che vivono con lui da quando l’ex moglie si è risposata. Insieme a loro abita anche la partner di Moseley, momentaneamente in congedo perché incinta. In seguito ad un periodo lavorativamente molto stressante, Moseley cade vittima di un esaurimento nervoso. I suoi amici allora lo spediscono a Riviera Beach, dove il padre risiede ed ha numerose proprietà. Uscito dal suo stato catatonico, il poliziotto si convince di doversi ritirare dalla polizia per cercare un modus vivendi più semplice. Prende dunque un lungo permesso non retribuito ed inizia a lavorare come amministratore in un condominio del padre.
Quando Louden e Stanley, insieme ad altri due complici, mettono in atto il loro progetto criminale, le loro vite e quella di Moseley si incrociano.

GIUDIZIO

“Tiro mancino” è un poliziesco sui generis. Almeno i tre quarti della narrazione infatti servono all’autore per presentare i protagonisti, Moseley, Louden, Stanley e gli altri due complici. Anche i personaggi secondari trovano ampio spazio e tutti sono ben caratterizzati. L’unica figura poco credibile, a mio parere, è la figlia minore di Moseley: un’anoressica che guarisce alla velocità della luce! Ma forse all’epoca dell’autore ancora era poco chiaro quanto insidiosi fossero i disturbi alimentari. I capitoli sui personaggi sono piuttosto lenti, forse addirittura prolissi, sebbene qui e là vi siano momenti divertenti e si possa cogliere una certa ironia. Al contrario quando si passa alla rapina ed alla successiva indagine il ritmo della narrazione diventa serrato, lo stile quasi scarno, a ricordare un articolo di giornale. Sebbene non vi siano descrizioni truci, la violenza permea ogni singola pagina del romanzo e rende bene il clima che si doveva respirare in Florida negli anni ’70-’80.
Dunque una crime fiction di alto livello che però non mi è congeniale, infatti dubito che leggerò mai gli altri romanzi di questo autore.

 

Tiro mancino

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