recensioni

Irvine Welsh “Morto che cammina”

IRVINE WELSH

Irvine Welsh è nato a Leith, borgo a nord di Edimburgo, nel 1958. Cresciuto in un quartiere di case popolari, ha lasciato presto la scuola ed ha intrapreso numerosi e svariati lavori. Diventato maggiorenne, si è trasferito a Londra, ha aderito al movimento punk ed ha iniziato a sperimentare tutti i tipi di droga in circolazione. Dopo essersi disintossicato grazie al supporto dei servizi sociali, ha iniziato a scrivere dei racconti tesi a ricordare il periodo della sua dipendenza. Un’amica, affascinata da queste storie, ha deciso di proporle alla rivista “Rebel INC” che ne ha pubblicato diversi stralci. Gli editori non hanno tardato a percepire il potenziale di quei brani e in molti hanno contattato l’autore spingendolo a riprende in mano i suoi scritti. Welsh li ha allora riorganizzati in un vero e proprio romanzo e si è così arrivati alla pubblicazione di “Trainspotting”, diventato prima un vero e proprio caso letterario e poi un film di culto, grazie alla trasposizione cinematografica di Danny Boyle.
Dopo l’uscita di “Trainspotting”, Welsh non ha più smesso di scrivere e la sua è una produzione davvero abbondante, quasi sempre legata più o meno direttamente a Leith e tesa a descrivere i movimenti giovanili tipici degli anni ’80 e ’90 o la tendenza odierna improntata all’apparire piuttosto che all’essere. Tipici dell’autore sono realismo e crudezza, oltre ad uno stile rude e di impatto in cui alterna lessico ed espressioni colte a volgarità e modi dire popolari e dialettali. Inoltre Welsh tende a raccontare sfruttando sempre le stesse figure: le comparse di una storia diventano i personaggi principali di un’altra e viceversa. La stessa saga di “Trainspotting” conta ufficialmente quattro volumi, il prequel “Skagboys”, “Trainspotting”, “Porno” (da cui nel 2018 Boyle ha tratto il film “Trainspotting 2”), “L’artista del coltello” e “Morto che cammina” di inizio 2019, ma presenta personaggi spesso citati anche in altri volumi dell’autore.
Oggi Welsh, insieme alla seconda moglie, risiede a Dublino (per sfruttare le agevolazioni fiscali riservate agli scrittori) ma passa i mesi invernali negli Usa o nell’assolata Miami o a Chicago, dove tiene dei corsi di scrittura creativa.

MORTO CHE CAMMINA

2015. Quattro amici di infanzia, cresciuti insieme nell’ambiente popolare di Leith, dopo essere sopravissuti ad una prima giovinezza tutta spesa con alcool e droghe e dopo essersi reciprocamente fregati più volte per questioni economiche, sono ormai uomini di mezza età.
Mark Renton ha una casa ad Amsterdam ed una a Santa Monica. Ha un figlio adolescente autistico che non vede mai e che mantiene in una clinica specializzata. Fa l’agente per tre dj e passa gran parte della sua vita su aerei o in stanze d’albergo in questa o quella location per organizzare ed assistere a serate ed eventi dei suoi protetti. Fa abuso di alcool e pasticche e comincia a non poterne più degli effetti del jet lag e della sua vita nomade. Sogna piuttosto di sistemarsi e di condurre una vita più serena, magari accanto alla bella Victoria, anche lei scozzese d’origine ma trapiantata negli USA, che riesce a fargli provare emozioni e sentimenti addirittura adolescenziali.
Simon Williamson, detto Sick Boy, ha messo a frutto la sua passione sfrenata per il sesso ed ha dato vita ad un’agenzia di escort con sede a Londra. Ne parla come di un’attività di alto profilo ma in realtà le sue ragazze non sono poi così di classe. Torna ad Edimburgo in occasione delle feste comandate, in visita alla famiglia, e sta pensando di aprirvi una succursale.
Francis Begbie, alias Franco, da sempre psicopatico violento dedito all’alcool, in galera ha conosciuto un’insegnate d’arte, l’ha sposata, ha avuto due bambine e, con l’aiuto della moglie, è diventato un artista di fama mondiale. Apparentemente è certo quello che ha fatto più strada, sia in termini di crescita personale, sia a livello di obbiettivi e posizione raggiunti.
Daniel Murphy, detto Spud, è invece rimasto lo sbandato di sempre. Vive di lavoretti ed accattonaggio nello stesso quartiere in cui è cresciuto. Ancora si droga e, pur avendo un figlio adulto avvocato, ha come unico e fedele compagno un cagnolino, detto Toto.
L’incontro del tutto causale fra Renton e Franco su un aereo è il primo passo che porta tutto il gruppo a riunirsi, non certo in maniera stabile ma, comunque, con una frequentazione sufficientemente assidua perché i vecchi amici riescano, di nuovo, a mettersi in un mare di guai, che vanno dall’uso di nuove droghe, al traffico di organi, alla violenza gratuita. Stavolta i quattro hanno parecchio da perdere ma, ancora una volta, occorrerà che tocchino il fondo prima di poter risalire la china e non è detto che tutti ce la facciano.

GIUDIZIO

Innanzitutto è bene chiarire che il romanzo può tranquillamente essere letto anche da chi non conosca “Trainspotting”. I quattro personaggi principali sono infatti le voci narranti che raccontano di sè in prima persona a capitoli alterni, con una costruzione psicologica impeccabile. L’intreccio del libro è ben costruito e la lettura procede veloce nonostante lo stile peculiare, diverso a seconda del narratore e tutto pervaso dall’alternarsi di termini non certo popolari con espressioni tipiche invece del parlato di strada. Il quadro che l’autore dà dei nostri giorni è realistico, crudo al punto che viene da chiedersi se l’ambiente degradato degli eroinomani sia poi davvero peggiore rispetto a quello tutto improntato sull’apparire che imperversa oggi. Nel finale si avverte lo stesso slancio ottimistico che era già presente nel romanzo d’esordio e che lascia il lettore con un sorriso sulle labbra e con la convinzione che forse, dopo tutto, questa vita vale davvero la pena di essere vissuta.
Avevo letto “Trainspotting” subito dopo l’uscita del film di Boyle e mi era piaciuto moltissimo ma negli anni successivi ho clamorosamente trascurato questo autore fino a “Morto che cammina”. Il nuovo romanzo mi ha colpita meno del primo ma solo perché la cultura dell’apparire mi è familiare mentre quella degli eroinomani (fortunatamente) no. Al di là di questo ho scoperto un romanzo ferocemente ironico, scevro da falsi sentimentalismi, che parla schiettamente di rapporti e sentimenti. Una storia vera e potente, davvero molto coinvolgente. Conto di recuperare presto gli altri libri pubblicati dall’autore negli ultimi vent’anni.

 

Morto che cammina

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