recensioni

Jane Shemilt “Una casa troppo tranquilla”

JANE SHEMILT

Jane Shemilt è un medico ed una scrittrice di nazionalità inglese. Vive a Bristol, con il marito, professore di neurochirurgia, ed i loro cinque figli.
Nel 2014 il suo romanzo d’esordio, “Una famiglia quasi perfetta”, è stato per settimane in cima alle classifiche dei volumi più venduti. Con il secondo libro, “Un delitto quasi perfetto”, l’autrice ha confermato la sua bravura. “Una casa troppo tranquilla”, dell’estate 2018, è il suo terzo romanzo.

UNA CASA TROPPO TRANQUILLA

Albie viene da una famiglia dell’alta borghesia inglese decaduta. E’ un abile chirurgo ed un eccellente ricercatore. Grazie ad un’importante sperimentazione sui topi (che ha suscitato non poche proteste da parte degli animalisti), sta per mettere a punto una nuova tecnica di cura per un particolare tipo di cancro al cervello. Se il suo protocollo dovesse funzionare la sua carriera e le sue finanze farebbero un enorme balzo in avanti.
Beth è una giovane ed avvenente infermiera. Viene da una famiglia della classe operaia ed ha dovuto lottare con le unghie e con i denti per raggiungere una certa stabilità.
Albie e Beth non solo lavorano nello stesso ospedale a Londra, ma hanno in comune anche il dottore\professore Ted. Per Albie Ted è ormai da anni un valido mentore. Per Beth è stato a lungo l’amante che alla fine però le ha preferito la famiglia. I due giovani si incontrano per la prima volta proprio ad una festa in onore del grand’uomo e si innamorano.
La loro è una relazione stabile e sicura eppure fin da subito appare evidente che la presenza di Ted incomba sulla loro vita di coppia in maniera un poco inquietante. Mano a mano che passano i mesi la presenza del professore diventa sempre più condizionante e finisce con l’innescare una serie di eventi che, come nel gioco del domino, condurranno tutti gli individui coinvolti ad una tragedia.

GIUDIZIO

Ho seguito la Shemilt fin dal suo esordio e ne ho sempre apprezzato le insolite scelte narrativo-stilistiche. Anche il nuovo romanzo rispecchia questa originalità: il prologo ed il cappello di ciascun capitolo infatti portano avanti una sottotrama oscura che si ricollega alla vicenda principale solo nelle pagine finali. Inoltre i tempi dell’intreccio principale sono scanditi seguendo l’evoluzione psicologica di Beth ed Albie e risultano quindi, soprattutto nella prima parte, fortemente inquietanti. Quando l’assetto narrativo si stabilizza e la cronologia diventa più chiara, il senso di tragedia incombente rimane, sottolineato dall’effetto domino che mano a mano va dipanandosi. Ad essere molto chiare invece sono le spiegazioni mediche che l’autrice è bravissima a rendere comprensibili anche ai profani e va sottolineata pure la delicatezza con cui si affrontano tematiche quali l’etica della ricerca sugli animali e la politica insita nella direzione\gestione delle grandi strutture ospedaliere.
Nonostante questi aspetti indubbiamente positivi, a mio parere, il romanzo non è all’altezza delle due opere precedenti. E’ come se gli mancasse qualcosa. Il pathos che monta pagina dopo pagina non riesce mai ad arrivare allo zenit ed al lettore rimane una sorta di amaro in bocca.
Un ultima critica va rivolta all’editore italiano visti alcuni refusi ed un paio di errori grammaticali.

Una casa troppo tranquilla

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